La Canzone Napoletana
La canzone napoletana nel XIX secolo
L'800 arriva lordo di sangue, con i patiboli ancora operanti sulle piazze dove venne decapitata e uccisa tutta la cultura napoletana della aristocrazia e della media borghesia intellettuale che voleva restituire e istituire a Napoli la libertà e la democrazia. I guai non sono finiti per questa città invasa sempre da nuovi padroni: l'arrivo di Giuseppe Bonaparte (1814) vede in esilio in Sicilia Ferdinando IV e, sul trono di re, Gioacchino Murat, che l'8 settembre partecipa alla festa di Piedigrotta con una grande parata e con tutta la famiglia reale: il popolo riprende coraggio e torna a cantare per le strade la canzone nova. Si rinnovava il rito della osteria a S. Eframo Vecchio dove si ritrovavano poeti e musicisti che, tra un bicchiere e l'altro, davano vita alla canzona nova, fatta da tutti e da nessuno, ma cantata, poi, da tutti alla festa di Piedigrotta.
Il ritorno dei Borbone a Napoli e la fucilazione di Gioacchino Murat illudono il popolo napoletano di una ritrovata pace e in una sera della Piedigrotta del 1835 scoppiò per incanto il successo di Raffaele Sacco nella famosa canzone: Te voglio bene assaje, musicata da Donizzetti. Napoli la canta di giorno, di notte e in ogni dove, è un'ossessione e quindi un grande successo: vengono vendute oltre 180 mila copielle con i versi e la musica di questa canzone. Il popolo cantava ancora nella illusione di una ritrovata pace e di un pizzico di libertà, ma già nell'aria c'era odore di rivolta e il '48 era ormai alle porte: l'invasione di Garibaldi nel Regno delle Due Sicilie con Napoli Capitale segna la fine di un'epoca e la nascita del Regno d'Italia. Negli anni mediani del primo '800, a parte il vivo consenso ottenuto da Te voglio bene assaje, nessun poeta o musicista riuscì a dare vita a qualche altro successo di canzone popolaresca napoletana; solo Teodoro Cottrau (1827-1879) riuscì, in un certo modo, ad esprimere un gusto personale nelle due canzoni: Santa Lucia e La Sorrentina (28-10-1850).
Questo autore era figlio di Guglielmo Cottrau (francese), arrivato a Napoli durante il regno di Gioacchino Murat, cultore dei canti del popolo partenopeo, tanto da stamparene una raccolta dal titolo: Passatempi musicali presso la tipografia Girard nell'anno 1820.
Nel 1824 fu stampata un'altra raccolta di canzoni, edita dallo stesso Cottrau padre, curata dal Florimo dal titolo: Napolitane.
Nel 1882 il M.° Vincenzo De Meglio le raccolse in tre volumi, comprese quelle di Cottrau, in cui riporta tutti i canti popolari anonimi e poi quegli autori del primo Ottocento, 150 canzoni popolari dal titolo Eco di Napoli.
Nello stesso periodo, Luigi Molinaro del Chiaro manda alla stampa il volume dal titolo: Canti popolari raccolti in Napoli.
Altra raccolta importante per il suo contenuto è quella di Max Vajro dal titolo: Canzonette napolitane del primo Ottocento edita da Pironti nel 1954, quale alto valore documentario.
Le canzoni pubblicate dal 1840 in poi mettono in evidenza i costumi e gli eventi che hanno interessato la città di Napoli: il poeta Peppino Turco e il musicista Luigi Denza, con due motivi di successo, ricordano l'invenzione del telefono con 'O telefono e l'inaugurazione della funicolare vesuviana con Funiculì Funiculà nell'anno 1881.
Il nostro risorgimento è l'inizio di un'era nuova anche per la canzone napoletana, è l'inizio di un nuovo ciclo, il più ricco e complesso di tutta la sua vita. Questo secolo racchiude in sè la somma di tutti i cicli in cui la città ha vissuto e sviluppato il suo talento canoro e musicale e le cui radici sono da ricercarsi nella leggenda della bella Partenope, nel canto anonimo e popolare dei suoi interpetri, nella canzone popolaresca dei suoi poeti e musicisti fino a ritrovare, a cavallo di tale secolo, l'anima di un grande poeta, che ha saputo convogliare ed amalgamare, con l'eccezionale sensibilità, gli elementi tradizionali del canto e lo spirito del popolo del suo tempo e dare alla canzone napoletana che si innesterà al troncone delle arie e delle ariette dell'opera lirica, grazie all'apporto di compositori come F. P. Tosti, M. Costa ecc., la vera nobile forma d'arte. Questo grande poeta è Salvatore Di Giacomo che nel 1882 inizia la sua produzione con la canzone popolaresca: Nannì, nel 1883 con musica di Mario Costa esce Sì 'a capa femmena, nel 1884 con: Nun ce jammo, Nannì. Nello stesso anno scoppia a Napoli di nuovo il colera provocando ventimila morti: si decide il risanamento di Napoli e nel maggio del 1885 Umberto I inaugura l'acquedotto del Serino.
Napoli è un continuo cantiere e il popolo cerca in tutti i modi di uscire da quella crisi e riesce persino a cantare un altro successo di S. Di Giacomo: Oilì Oilà. I concorsi di canzoni si sussuegono e ogni Piedigrotta ripropone la sua "canzone nuova". Di Giacomo è il poeta più richiesto e più cantato: arriva Marechiaro, 'E spingole francese, Palomma e notte, Donna Amalia 'a speranzella, 'A nuvena, Carcioffolà, Carulì, 'A retirata, All'erta sentinella, Lariulà, 'A luna nova.
Queste canzoni sono considerate dallo stesso Di Giacomo a carattere popolaresco, mentre le prime "canzone nove", cioè la vera canzone d'arte è: Matina matì, Serenata napulitana, Pianefforte 'e notte, Marzo, 'E trezze 'e Carulina, 'A sirena, Era de maggio, Ll'ore 'e ll'appuntamento.
Di Giacomo è stato il primo grande poeta che ha saputo dare alla canzone napoletana quella dignità d'arte, ove il canto è puramente lirico, cioè poesia d'amore: questa domina, sovrana, il ciclo nobile ottocentesco della canzone napoletana.
Coetaneo del Di Giacomo è Ferdinando Russo; anche lui fa della canzone napoletana una lirica soggettiva e riesce a portare le "macchiette" all'altezza di vera creazione d'arte. E' un poeta impetuoso, sensibile e gentile, come la gente della sua città, di cui ne è parte integrante: è il poeta di Tammurriata palazzola, Scetate, Mamma mia c'ha da sapè, Quanno tramonta 'o sole.
Arriva prepotente e scanzonato il commediografo Roberto Bracco, contemporaneo del Di Giacomo, con le sue canzoni scritte per diletto, nelle serate canore di Piedigrotta: Come te voglio amà, Abbastà ca pò, Africanella, Nu passariello spierzo, Tarantella 'ntussecosa, Salamelic. In questo periodo di grande successo della canzone napoletana anche il grande poeta Gabriele D'Annunzio volle dare il suo contributo poetico al nostro patrimonio artistico culturale con il suo delizioso sonetto: 'A vucchella scritta per scommessa una sera su un tavolo di marmo del Caffè Gambrinus e poi musicata da F. P. Tosti. Correva l'anno 1892.