La Canzone Napoletana
I poeti della IIª generazione
Tutti i poeti della seconda generazione ebbero a disposizione musicisti dotati di temperamento e spontaneità che seppero tradurre quelle poesie in facili melodie tanto da portarle al successo.
Fra questi ricordiamo: Ferdinando Albano, Francesco Buongiovanni, Enrico Cannio, Ernesto De Curtis, Edoardo Di Capua, Rodolfo Falvo, Gaetano Lama, Evemero Nardella, Attilio Staffelli, Ernesto Tagliaferri, Nicola Valente, ecc.
I tempi, purtroppo, cambiano e risentono dei travolgimenti politici e sociali, di conseguenza anche la canzone rispecchia il mutamento e registra, pertanto, la fine del perodo conclusivo del ciclo ottocentesco della canzone napoletana, la «bella epoque» di un magico momento storico della nostra canzone fatta di stile e di sentimento.
In questo clima pesante nasce lo spunto e si manifesta la rabbia di un verseggiatore popolare, Antonio Barbieri, quando lancia un grido disperato, come lo lanciò, a suo tempo G. B. Basile nello scrivere:
«... dov'è juto lo nomme vuosto, dove la famma, o villanelle meie napulitane?»
con la sua canzone Napoli è sempe Napule, musicata nel 1914 dal maestro Enrico Cannio:
«Nce hanno levato 'o suono d''e tammorre, 'a tarantella nun s'abballa cchiù, ecc., ecc.
Un canto allegro e malinconico insieme che rispecchia lo stato d'animo di quel tempo precedente la prima guerra mondiale.
Fa eco, dopo la stessa guerra, Edoardo Nicolardi che scrive e canta con malinconia:
«Ce sta' ancora nu guappo antico ca s''a vede c''o settesorde? .......... Ce sta ancora quacche triato addò ride Pulecenella?
Lo stesso Pasquariello canta in teatro di varietà:
«Torna, canzona mia, comm'a 'na vota, cchiù semplice, gentile e appassiunata; Torna a 'o paese bello addò sì nata, ca già saie quanto te sapimmo amà».
Lo stesso grande interprete Gennaro Pasquariello con questa canzone chiude inconsapevolmente un periodo di grande splendore, affermando così l'avvenuta conclusione del ciclo otto-novecentesco della canzone napoletana.
E' doveroso parlare a conclusione di questo periodo anche degli editori musicali nati ed operanti a Napoli, nonchè degli interpreti principali della canzone napoletana.
La prima melodia napoletana, affidata alla bella voce di Partenope, come narra la leggenda, ella la diffuse nel suo golfo incantato con la forza del suo amore, quell'amore che sa superare tutti gli ostacoli per sopravvivere in eterno nel ricordo dei suoi figli che hanno saputo conservare, nel loro animo, la passione per quanto loro assegnato e tramandato da una generazione all'altra. La canzone è stata sempre una serenata che l'uomo ha sempre cantato per amore o per levarsi di malinconia, ha sfidato i tempi, nonchè la pazienza dei popoli, tanto che Federico II emanò un editto per proibirne le esecuzioni notturne e il proliferarsi di esse. Attraverso varie vicissitudini arrivò alle copielle stampate con i versi e il canto melodico per approdare, poi, alla posteggia e al pianino, la prima nei ristoranti alla moda e il secondo nei vicoli della città dove la canzone veniva affidata ai barbieri, ai sarti, alle stiratrici e alle belle ragazze che sognavano l'amore.
A questo periodo si affiancò quella del teatro di «varietà» co le ardite operazioni degli Editori che, delle famose audizioni di Piedigrotta, (quali spettacoli teatrali per il lancio di nuove canzoni con i più noti artisti di quel periodo) ne fecero un affare commerciale per la diffusione della canzone a carattere industriale anticipando nel tempo la discografia.
Gli editori più noti furono tra i primi: Bideri, Santojanni, Società Musicale Napoletana, Ricordi, Izzo, La Canzonetta, La Poliphon, Gennarelli, Santa Lucia, Ceccoli, ecc.
L'editoria musicale prese l'avvio verso il 1880 e si sviluppò fino alla prima guerra mondiale, per poi rinnovarsi e riproporsi con nuove case editrici che, spesso, venivano ricostruite dagli stessi autori.
Alcune rimanevano in vita solo un anno, altre riuscivano a superare le prime difficoltà finanziarire per poi finire nelle fauci dei grossi editori.
Furoreggiavano allora il teatro Eden e il Salone Margherita e questi locali videro il trionfo delle «canzonettiste» e fra queste emersero per bellezza e intelligenza: Lina Cavalieri, Emilia Persico, Carme Marini, Ersilia Sampieri.
Dei cantanti uomini di quell'epoca si ricordano: Arturo Ciotti, Bernardo Cantalamessa, Diego Giannini e il tenore De Lucia.
In quel periodo sorgono due grandi interpreti della canzone napoletana: Gennaro Pasquariello (8/9/1869 - 20/1/1958) ed Elvira Donnarumma (18/4/1882 - 22/5/1933), nonchè il grande ed immortale: Enrico Caruso (25/2/1873 - 2/8/1921). Questi hanno reso eterna la canzone napoletana con le loro interpretazioni e con la loro inconfondibile voce: Napoli li ricorda sempre e ne è riconoscente.
Altri artisti si affacciarono dopo alla ribalta della canzone napoletana e ne consolidarono il successo: Raffaele Viviani e sua sorella Luisella, Giuseppe Godano, Rodolfo Giglio, Salvatore Papaccio, Vittorio Parisi, Armando Gill, Gabrè e Mario Pasqualillo. Tra le donne primeggiarono invece Anna Foguez, Tina Castigliana, Tecla Scarano, Ester Baroni, Ada Bruges, Lina Resal, Ria Rosa, Gilda Mignonette. Le macchiette, quale genere molto vicino alla canzone, ebbe come brillanti e geniali interpreti Nicola Maldacea e Peppino Villani.