La Canzone Napoletana
La canzone napoletana dal XVII al XVIII secolo
Arriva il '600 stracarico di cultura musicale, portando con sè il declino della villanella e l'evolversi e il trasformarsi del madrigale e, da questi, l'avvento del melodramma. Molti valenti musicisti hanno poi contribuito a questo processo evolutivo, tra cui, il musico Carlo Gesualdo Principe di Venosa (1560-1682); Claudio Monteverdi (1567-1643), Alessandro Stradella (1645-1682), Pier Francesco Cavalli (1602-1676), Giacomo Carissimi (1605-1674), Alessandro Scarlatti (1662-1725); essi con il loro talento musicale, con la loro genialità hanno dato una svolta decisiva ed hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo del melodramma nel secolo XVII lasciando, con la loro arte e creatività, un segno indelebile.
La scuola operistica napoletana, invece, trova in Francesco Provenzale (1627-1704), compositore di musica sacra religiosa e teatrale, il suo iniziatore che dà origine, nella nostra città con grande ritardo rispetto alle altre, alla produzione melodrammatica partenopea.
Nel '600 le villanelle concludono il loro ciclo evolutivo nascendo prima anonime e popolare nei "villici" borghi di campagna, poi popolaresche in città e, infine, villanelle auliche d'autore alla "toscanese" nelle Corti dei vari regni, per decadere, definitivamente, venendo meno la spontaneità e la semplicità di quando erano anonime e popolari.
Il '600 dona alla nostra città i tre primi grandi poeti e scrittori: Filippo Sgruttendio da Scafati (?), Giulio Cesare Cortese (1575-1621) e Giambattista Basile (1575-1632). Nelle opere di questi tre grandi poeti del '600 si sente lo slancio puro e ardito del popolo che partecipa, con questa sua lingua corposa e "tosta", a tutta la cultura del tempo, descrivendone la vita, i costumi e offrendoci, così, una viva, diretta, fresca testimonianza di essa. Nonostante la rivoluzione di Masaniello nel 1647, la peste del 1656 e il terremoto del 1688, il popolo, anche in queste tragedie, continuava a cantare per levarsi di malinconia.
La nascita della poesia e della letteratura dialettale favorì l'avvicinarsi dei poeti al popolo e il trarre, dalla vita di esso, ispirazione per i loro canti. Questo interesse secondò lo sviluppo del canto popolaresco napoletano il quale, infatti, ristabilì il contatto dell'arte aulica, cioè colta, con il canto popolare. Le opere del Cortese, le dialogate Egloghe del Basile e la 'Ntrezzata dello Sgruttendio prepararono la nascita della Commedia Dialettale e dell'Opera Buffa (1700).
E' anche il secolo di Michelemma' e di Fenesta ca lucive: ognuno cerca di dare una paternità a questi due successi, ma sono d'accordo con lo storico Sebastiano Massa che, le citate opere, non sono "canzoni popolaresche" bensì dei puri "canti popolari".
Le condizioni sociali e morali del popolo napoletano alla fine del '600 sono disastrose, dopo varie dominazioni straniere la città era caduta nel disordine e nella miseria più nera. Solo dopo il trattato di Acquisgrana (1668) si assicurerà all'Italia di allora, un cinquantennio di progresso e di pace ma subendo, poi, il dominio austriaco. La Napoli di fine '600 e inizio '700 riversa nelle strade la voglia eterna di cantare ballando sfrenatamente le tarantelle, un ballo di moda e, allora, di grande successo.
Il nascere del melodramma fa di questo '700, il secolo del teatro e non della canzone: vengono costruiti il teatro Fiorentini (1707), il teatro di San Carlo (1737), il teatro Mercadante, detto originariamente teatro del Fondo (1780), il teatro Nuovo (1790) e il tetro San Ferdinando (1790). Il diffondersi del melodramma porta spesso alla esagerazione degli apparati scenici e alle complessità musicali di esso, perciò si sente la necessità di alleggerire la solennità di questi apparati introducendo, tra un atto e l'altro, un intermezzo con spacchi musicali e scene di vita popolare vissuta tutti i giorni nelle strade della città di Napoli. Da questo spunto nascono la Commedia Dialettale e l'Opera Buffa quasi contemporaneamente. Al successo dell'Opera Buffa partecipano, oltre il Veneziano, il De Falco, l'Orefice e il De Dominicis, anche i maestri più colti quali Leo, Vinci, Scarlatti, nonchè Paisiello, Pergolesi e Cimarosa. Il ritorno di questi artisti alla fonte dello spirito popolare, ridà vita alla canzone popolaresca napoletana, e si abbandona il melodramma aulico, nato nella Camerata della Casa Bardi ad opera di eruditi artisti. Questi grandi artisti non disdegnano di prendere, dalla bocca del popolo i più noti canti popolari per poi elaborarli e inserirli nelle Opere Buffe.
Di questi ricordiamo:
- Palummella zompa e vola
- lu Cardillo
- Cicerenella
nonchè due graziose e simpatiche tarantelle, forse villanelle del '500 di grande successo:
- Lo Guarracino (canto popolare anonimo)
- La Rosa (Mercadante).
Il secolo dell'Opera Buffa si chiude con la epopea della Repubblica Partenopea (1799), durata sei mesi e finita tragicamente sui patiboli, mentre il ritorno dei Borbone trascina questa incertezza del potere fino all'arrivo di Garibaldi. Il popolo, nella riconquistata libertà, torna a cantare e a riproporre i successi dell'opera buffa, quei successi che preparano l'avvento della canzone napoletana nobile d'autore con il grande Di Giacomo.