La Canzone Napoletana
La canzone napoletana dal 1300 al 1500
Alfonso V D'Aragona conquista la città di Napoli e impone come lingua ufficiale del regno, il dialetto napoletano (1443); nascono i primi poeti e la prima letteratura napoletana.
Già nel 1200 circa, sulle colline del Vomero, le belle ragazze invocavano il sole affinchè uscisse presto per asciugare le lenzuola stese al vento:
"Jesce sole, jesce sole, non te fa cchiù suspirà. Siente maje che le ffigliole hanno tanto da prià".
Molti storiografi pongono questo canto alle origini del dialetto e della canzone napoletana, trascurando tutte le considerazioni che nascono quando si analizzano nel loro insieme le cause di certi processi storici e musicali insieme.
Erano gli anni in cui Federico II di Svevia proibiva di cantare di notte per le strade, proprio quando a Napoli erano in voga La canzone pé spasso de 'sto carnevale, Lo Recotarro, Lo 'Nfornaturo, Lo Polliero, Lo Ciardiniero, Lo Pisciavinnolo, ecc.
S. Francesco d'Assisi girava il mondo conosciuto d'allora con il suo bel Cantico delle creature, mentre nelle corti erano di moda i giullari e i cantori del sirventese giunto dalla Francia.
Nel secolo XV regna a Napoli Alfonso V D'Aragona, detto "il magnanimo", I° Re di Napoli. Alla sua corte i poeti aulici sentivano gia il bisogno di innovare le forme della poesia ispirandosi alla fonte del sentimento spontaneo e popolare.
I poeti e i musici di Corte diedero vita, con i loro strambotti, al primo canto popolaresco napoletano, ma il popolo non accettava le forme gravi, pesanti e artificiose di questi poeti e spesso si rifugiava nei suoi freschi canti popolari.
E' il secolo in cui il genio italiano domina la scena di tutte le corti con i suoi grandi maestri: da Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Correggio, Giorgione, Tiziano, fino al Veronese e al Tintoretto; è il secolo della scoperta dell'America con Cristoforo Colombo, mentre a Napoli, nelle strade, si canta la villanella, un canto popolare proveniente dalle campagne.
Il '500 riceve in eredità il successo strepitoso delle villanelle napoletane e, ogni giorno, Piazza Castello diventa il centro musicale di questa città, come la taverna del Cerriglio e lo scoglio di S. Leonardo al borgo di Chiaia dove poeti e musicisti si riunivano per comporre nuove villanelle che il popolo faceva sue e le cantava per le strade e nelle feste popolari.
E' il secolo del primo grande poeta in lingua napoletana, alias Passaro Bernaldino detto Velardiniello (1400 - 1500), a cui va attribuito la dolce villanella:
Voccuccia de no pierzeco apreturo, Mussillo da na fico lattarola, S'io t'aggio sola dinto quist'uorto, ecc., ecc.
mentre altri poeti rapsòdi, spesso cantori oltre che abili musicisti, partecipavano a feste e balli popolari ed erano ricercati ed applauditi dappertutto. Essi sono: Giovanni della Carriola, Junno Cecale (detto anche Compà' Junno), Jacoviello, lo poeta Cola, Ciardullo (detto: lo poeta Vozza), Mucho, Mase, ecc. Fra i tanti, poi, Velardiniello, ci ricorda il bravo poeta cantore detto Sbruffapappa, di cui ci resta la famosa Villanella:
"O Dio! che fosse ciàola e che bolasse a ssa fenestra a dirte na parola; ma non che me mettisse a na gajola". ecc., ecc.
Tutte le villanelle di successo vengono stampate su fogli volanti con i testi e la musica e questo conferma l'affermarsi delle villanelle alla napoletana anche fuori della città di Napoli.